Leggere questo breve romanzo è stato da una parte sinistro, dall’altra estremamente liberatorio.

Il protagonista va all’università a studiare Lettere e nel grigiore della sua esistenza già scadenzata e prefissata incontra Mario, altrettanto disilluso ma forse un po’ più severo con il mondo. Si incontreranno dopo anni sul luogo di lavoro, la misteriosa Fondazione della Cose Inutili (FCU).

Tutti viviamo e lavoriamo nella Fondazione delle cose inutili. Tutti conosciamo quei luoghi anonimi, bianchi e grigi, dalle luci freddissime e dal sottofondo triste, dove gli impiegati sono vestiti tutti allo stesso modo e hanno dei potus in vaso a ogni angolo. Un posto dove non si sa bene cosa si faccia, ma si fa tutto il giorno dalle 8 alle 17 con un’ora di pausa in cui si mangia la schiscia triste davanti allo schermo del PC, dove si bevono vari caffè con le stesse persone alla stessa ora ogni giorno e queste sono le nostre più care amicizie.

Vi ricorda qualcosa? Forse la vostra vita, forse la vita di altri, ma sicuramente concorderete con me che il Ragionier Ugo Fantozzi, il più famoso personaggio interpretato da Paolo Villaggio, si è realizzato nella nostra epoca, anche quando credevamo di essergli sfuggiti con i benefits, lo smart working, il team building, la settimana corta. Il caustico Mario, il bizzarro Luciano Straniante, il dotto SV, Spifferi che è Filini, la signorina Tacconi non troppo simpatica ma la meno peggio, LUI sua eccellenza che è il Dirigente Megagalattico …. insomma, siamo diventati il nostro incubo teorizzato dalla celebre saga cinematografica.

Lamentarsi non serve a niente, dice il titolo del romanzo di Federico Longo pubblicato da Catartica Edizioni e anche il personaggio di Mario, che sceglie una via di fuga che può ricordare il Fight Club di Chuck Palahniuk e/o di David Fincher. Cosa si può fare, se la vita che ci siamo costruiti attorno è così tranquilla da essere immobile e pietrificata nonostante pessime abitudini, ingiustizie, follie, idiosincrasie, un mondo di non detti che rasentano la follia più ordinaria? Cosa si può fare se il male minore diventa l’unica legge per sopravvivere? Noi vogliamo vivere o sopravvivere? Che cosa ci meritiamo e per cosa vale la pena lottare un minimo?

Sarcastico e amaro, ma alla fine la banalità non è così male, come ci insegna Zerocalcare: sai che tranquillità sapere che siamo tutti uguali, piccoli e semplici, e nessuno pretende nulla da te?

Ognuno la pensa diversamente su questo frangente, ma Longo ci mostra che anche accontentarsi può essere un rischio a lungo termine. Perché non siamo automi ma non viviamo nemmeno in un film. Vogliamo la serenità, ma anche le piccole, grandi gioie e i dolori, le avventure, le soddisfazioni, tutte le emozioni e i sentimenti.

Lamentarsi non serve a niente perché la vita è già abbastanza tortuosa per conto suo. Forse, dovremmo imparare a seguire il flusso e a non arrenderci fin dall’inizio.

Buona vita,

Betta La Talpa

P.S. Trovate il libro su Feltrinelli e IBS.

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5 commenti a “Lamentarsi non serve a niente, di Federico Longo”

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